Archivio della categoria: My Opinion

Articoli di varia natura

Il diritto di crescere nei tempi e nei modi giusti

By Admin  –  Pubblicato il giorno 24 agosto 2015

Tarek Alzain - 01

Gli ultimi campionati mondiali di nuoto, disputatisi a Kazan in Russia, hanno visto la partecipazione alle gare di una bambina del Bahrein, atleta di soli dieci anni, Alzain Tarek (potete leggere i particolari della vicenda qui).
Per chi, come me, ha assistito a un numero considerevole di competizioni a livello giovanile, sia come papà di un atleta sia come dirigente di una scuola di sport, non rimangono inosservate alcune situazioni che si ripetono ciclicamente durante un evento sportivo; sono esperienze che fanno parte dell’arco temporale della vita di un giovane sportivo e che non possono assolutamente mancare per definire e delineare una sana crescita dell’atleta.
Per esempio, proprio nell’ambito del nuoto, accadono dei microeventi “pre e post” gara e mi domando se i genitori di Alzain si rendano conto dell’importanza degli stessi per una bambina di dieci anni.
Sugli spalti e negli spogliatoi degli impianti sportivi in cui si svolgono le manifestazioni giovanili, regna il “caos” più totale: i ragazzi vanno avanti e indietro nei corridoi o su e giù per le scale, si sdraiano per terra facendo finta di riposare, si scambiano pettegolezzi e confidenze, scattano foto in continuazione, si muovono perennemente, intessono intense relazioni sociali con i loro pari età, sporadicamente vanno alla ricerca dei genitori per condividere un momento di conforto, di gioia o di amarezza per i risultati ottenuti; diversamente sugli spalti e nei meandri dell’impianto sportivo in cui avviene una “top level competition”, gli atleti sono seguiti passo passo, seguono a loro volta rigorose procedure e comportamenti, si concedono pochissimi momenti di “relax” totale. I genitori di Alzain comprendono questa differenza?
Nella cosiddetta “camera di chiamata” di una manifestazione di nuoto giovanile (“call room”, luogo dove gli atleti attendono la loro chiamata per presentarsi a bordo vasca un attimo prima della gara), la maggior parte dei ragazzi si comporta in maniera gioviale: assiepati uno accanto all’altro, in piedi, i giovani ridono, scherzano, parlano, si confrontano e comunicano tra loro; è anche questo un modo per abbassare i livelli di tensione e trasmettere le emozioni positive che vivono in quegli istanti; nella “call room” di una competizione di altissimo livello, gli atleti (la stragrande maggioranza di essi) rimangono seduti in silenzio, sono estremamente concentrati, posizionano meticolosamente la cuffia e gli occhialetti sulle loro teste, i loro volti sono molto seri e l’unica cosa che si possono permettere è quella d’incrociare lo sguardo dell’avversario. Ancora, i genitori di Alzain comprendono l’importanza e l’utilità di questa differenza?
Negli eventi a carattere giovanile, generalmente, anche se la gara è andata male, se i risultati sportivi non sono soddisfacenti, a fine gara, dopo qualche minuto di comprensibile sconforto da parte dell’atleta, quest’ultimo si tuffa nuovamente e prontamente nel clima festoso che lo circonda e riprende come se fosse niente le proprie attività di comunicazione sociale con i propri simili; a livello di categoria “seniores”, è più difficile che ciò accada perché generalmente l’atleta ha concentrato tutta la sua preparazione atletica, tecnica, tattica e psicologica sull’evento in questione; quindi qualsiasi fallimento, piccolo o grande che sia, potrebbe portare complicazioni a livello comportamentale e momenti di tensione nei confronti delle persone circostanti, per lunghi periodi di tempo. Infine, i genitori di Alzain sono consapevoli della differenza tra queste due diverse situazioni?
Incomprensibile, invece, è il fatto che la FINA (la federazione mondiale di nuoto) non dia il giusto peso a queste differenze e non abbia ancora istituito, per alcune manifestazioni come per esempio i campionati mondiali, un’età limite inferiore per cui i giovani “sotto età” non possano competere, magari con atleti molto più vecchi. Curioso il fatto che la LEN, la federazione europea di nuoto, in contrapposizione con la FINA, abbia stabilito invece questa età minima (quattordici anni) per le competizioni relative al vecchio continente.
D’altra parte, completamente fuori luogo è il commento dell’allenatore della squadra tedesca, Henning Lambertz (“Bisogna vedere quanta libertà o quanta pressione abbia la ragazza da parte dei genitori e dei parenti; penso che una ragazzina di dieci anni è meglio che giochi al parco piuttosto che essere in una Coppa del Mondo”); forse è meglio che Alzain abbia vicino qualcuno che le insegni a crescere come atleta, nei tempi e nei modi giusti, e forse è meglio che il sig.Lambertz continui ad allenare atleti di una certa età evitando assolutamente di dedicarsi ai settori giovanili.

Doping, scommesse e antisportività

By Admin  –  Pubblicato il giorno 17 agosto 2015

Calcioscommesse - 03    Doping - 03

Ancora non si attenua l’eco dello scandalo che ha coinvolto la Federazione Internazionale di Atletica Leggera (IAAF); sembrerebbe che, nelle competizioni svolte dal 2001 al 2012, dopo gli esami di controllo antidoping, un atleta su sette presentava valori ematici “incredibilmente anormali” e che la Federazione stessa abbia nascosto queste rilevazioni. Inoltre, come ogni estate, ancora una volta, assistiamo alle iperboliche indagini e conclusioni della giustizia sportiva del calcio italiano in merito alle presunte “combine” inerenti il calcio scommesse. “Doping” e scommesse vanno a braccetto per una sola semplice ragione: in fondo, per la stragrande maggioranza del pubblico, non sono temi che possano mettere in discussione l’inizio e la prosecuzione degli eventi sportivi con tutti gli attori e gli addetti ai lavori previsti dal programma stabilito. The show must go on! Questo vuole la grande maggioranza dei tifosi al di là di tutti i “perbenismi” e delle indignazioni di circostanza. Molti tifosi si nascondono dietro al concetto che, in realtà, questo è fortemente voluto dalle potenti organizzazioni internazionali (anche illegali), dai signori del malaffare, dai cosiddetti “poteri forti e occulti” in ambito sportivo; tutto ciò allo scopo di raggiungere gli obiettivi legati al “business” facile, al mantenimento dello “status” istituzionale, al potere e ai soldi. Ma non è cosi! La domanda è forte, troppo forte; i tifosi vogliono vedere lo spettacolo ai massimi livelli. Poco importa se, in realtà, i meriti sportivi siano raggiunti con mezzi e modi subdoli, illegali e antisportivi. Questo è quello che vuole la maggior parte della gente. È inutile nascondere la realtà dei fatti. Se la domanda (legata alla visione di sport “dopato”) calasse in modo drastico, anche l’offerta (illegale) scenderebbe di pari passo. Assistiamo, quasi ogni giorno, a situazioni fortemente imbarazzanti, inopportune, fuori luogo, illegali e antisportive legate ad atleti, allenatori, dirigenti, giornalisti e addetti ai lavori; circostanze chiaramente non legate solo al mondo del “doping” e delle scommesse ma anche ad altri aspetti. Da parte di una buona fetta dei tifosi, a cosa assistiamo invece? Al massimo a una tenue indignazione iniziale ma, nella maggioranza dei casi, a patetiche e insistenti giustificazioni che non trovano, in alcun modo, un credibile ed effettivo riscontro. Questo è quello che vuole la maggioranza dei tifosi? Continuiamo a offrire questo allora! Però, per favore, almeno evitiamo di esternare indignazioni false e ipocrite.

Tempo di elezioni – Part one

By Admin  –  Pubblicato il giorno 9 agosto 2015

Keep calm_It's election time - 01

Le Olimpiadi di Rio De Janeiro del 2016 non rappresentano solo una manifestazione polisportiva d’interesse planetario ma anche l’inizio ufficiale delle manovre organizzative che porteranno alle elezioni dei presidenti delle federazioni sportive appartenenti al CONI; dopo di ciò si passerà all’elezione del presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano. In realtà le manovre di carattere politico, per alcune federazioni, sono iniziate già da qualche tempo; in maniera troppo anticipata a detta di alcuni e in modo tempestivo secondo il giudizio di altri.
Ma non è questo il punto! Fermo restando l’auspicio che ciascuna di tali elezioni avvenga in un clima disteso e sereno secondo principi leali e onesti (pura utopia!), mi domando quali possano essere le armi vincenti in un periodo di ristrettezze economiche come quello che stiamo attraversando ora a livello mondiale.
Escludiamo a priori l’eventualità di elezioni che si svolgano con una schiacciante vittoria a maggioranza “bulgara” (giusto per semplificare i concetti ma, comunque, mi aspetto tale circostanza in molte istituzioni federali dello sport nazionale) e immaginiamo un ipotetico candidato che debba attraversare, in lungo e in largo, la nostra penisola per convincere i rappresentanti delle varie società, gli atleti e i tecnici a votare per la propria candidatura. Quali sono le linee guida comportamentali e programmatiche che detto candidato deve seguire? Abbiamo accennato al fatto che non possa basare la propria elezione promettendo investimenti in denaro (puliti e legali) perché soldi non ce ne sono! E allora? Come fare per convincere i potenziali elettori?

Idee in corso - 01  IDEE CHIARE
Aver chiaro l’obiettivo da raggiungere non significa necessariamente conoscere le modalità da attuare per ottenere il risultato finale. Come, dove, perché e quando muoversi in una determinata direzione, rappresentano i punti chiave per ottenere ciò che si vuole. Bisognerebbe seguire un percorso illuminato da metodi ben definiti, procedure chiare e modalità di comportamento inequivocabili.

Programma di lavoro - 01 PROGRAMMA DI LAVORO
Basare il proprio “modus operandi” secondo le linee guida stabilite da un programma di lavoro organizzato su punti ben precisi; ogni punto è legato al precedente e al successivo secondo criteri coerenti seguendo una logica ferrea e limpida. Talvolta sarebbe sufficiente all’elettore soffermarsi a leggere semplicemente il sommario dei punti programmatici, per capire se esiste detta logica; qualcosa che indirizzi il lavoro globale nella direzione del risultato finale da ottenere.
Quando si elabora il programma di lavoro da sottoporre all’attenzione dei propri elettori, sarebbe opportuno non trascurare i dettagli e i particolari di ciascun punto in elenco; pensare che qualcuno non chieda conto nello specifico dei punti riportati in programma e come dare per scontato che non esistano persone preparate e competenti a tal punto da poter contestare in dettaglio le linee guida programmatiche. Eppure di persone competenti ce ne sono, poche ma ce ne sono! E quando queste parlano, a ragion veduta, lasciano pochi spazi di manovra se non si è effettivamente preparati nello specifico.

Cercasi collaboratori - 01 COLLABORATORI
La scelta dei collaboratori, sia quelli che aderiranno al programma di lavoro preliminare sia quelli che occuperanno cariche ufficiali nella futura istituzione sportiva, rappresenta un punto focale da non sottovalutare nella fase di programmazione. La persona giusta al posto giusto! Il lungo periodo di avvicinamento alle elezioni, aiuterà il candidato a conoscere meglio i propri collaboratori e a capire se le scelte fatte siano quelle opportune in relazione alle cariche da occupare o ai compiti da svolgere.
Inoltre la chiarezza, la trasparenza, il continuo coordinamento e la costante comunicazione tra il candidato e i collaboratori, sono aspetti di primo piano che assolutamente non devono essere sottovalutati; sarebbe un grave e imperdonabile errore non tenere al corrente i propri collaboratori di tutte le iniziative, i cambiamenti e le modifiche in corso d’opera.
Un sano spirito di gruppo sarebbe auspicabile, non solo il coordinamento e l’organizzazione tra i singoli; nel senso che non sono accettabili comportamenti del singolo individuo votati al raggiungimento di obiettivi personali che esulano completamente dalle linee guida stabilite o addirittura vanno in contrasto con gli scopi generali dell’organizzazione. Il singolo ha tutto il diritto di avere degli obiettivi personali ma questi ultimi, per ovvi motivi, non possono e non devono andare in contrasto con quelli principali condivisi da tutto il movimento elettivo.

Comunicazione - 01 COMUNICAZIONE
Comunicare con tutti è la parola d’ordine! Comunicare con i collaboratori e con i potenziali elettori. Comunicare in maniera chiara, diretta, puntuale, continua, precisa, inequivocabile, trasparente e chi più ne ha, più ne metta. Non si tratta solo di stabilire il mezzo di comunicazione ma anche il modo di comunicare! Quindi, non solo stabilire magari il mezzo più innovativo per comunicare efficacemente (il WEBINAIR?) ma scegliere anche la persona giusta che sappia occupare in maniera eccellente il ruolo di coordinatore degli aspetti legati alla comunicazione.
Molto spesso, in sede di assemblea o riunione, ho assistito alla presenza di relatori che non sanno comunicare alla platea i concetti che vorrebbero esporre, tra l’imbarazzo e la confusione generali. Chi ha deciso l’intervento orale di questo relatore?
Talvolta si assiste addirittura a delle incomprensibili “gaffe” da parte del generico relatore, situazioni difficilmente ricomponibili che mettono in seria difficoltà l’organizzazione generale.
Per non parlare delle improbabili comunicazioni scritte redatte secondo incomprensibili regole di grammatica del tutto personali, comunicazioni elaborate con il chiaro intento di trasmettere il “nulla”.
Insomma si dovrebbero scegliere i collaboratori in modo che, in maniera chiara e inequivocabile, sappiano comunicare concetti condivisi dall’intera organizzazione. E’ chiedere troppo?
Un altro aspetto sempre poco considerato, è quanto tempo dovrebbe parlare un relatore in sede assembleare per non rischiare di addormentare la platea. In tal caso, a meno che non si abbia a che fare con un esperto attore di teatro che sappia, in maniera esemplare e continua, attirare l’attenzione del pubblico, non si può andare oltre i trenta/quaranta minuti per esporre i propri concetti prima di una salutare pausa liberatoria.
Infine stabilire una fitta rete di efficace e rapida comunicazione scritta (Internet, Blog, sito WEB, E-Mail, SMS, Skype, ecc.) in modo da mantenere sempre vive e costanti le relazioni con i propri i collaboratori e i potenziali elettori.

Mappa Italia - 01  PRESENZA SUI TERRITORI LOCALI
Essere presenti periodicamente nelle varie realtà locali mantenendo rapporti diretti con le persone, è un dovere imprescindibile! Soprattutto però, una volta che è stato pubblicizzato il proprio programma di lavoro, bisogna saper ascoltare. Ascoltare e prendere nota dei problemi legati all’ambiente visitato, proporre soluzioni condivise, individuare un rappresentante territoriale al quale fare costante riferimento e stabilire dei programmi di lavoro più specifici che vanno incontro alla realtà del territorio visitato.

Conclusioni - 01 CONCLUSIONI
Le considerazioni precedenti, per quanto banali possano sembrare, danno forza ai contenuti programmatici ma non trovano riscontro nella maggioranza dei casi. Quindi sono tanto banali quanto di difficilissima applicazione. Non entrerò nel merito della spiegazione relativa all’ardua messa in pratica delle predette osservazioni; mi limiterò a sottolineare il fatto che talvolta sorge il dubbio che tutto ciò non sia messo in atto per motivi precisi. Quali siano questi motivi, lascio a voi stabilirli.
Soldi non ce ne sono! Idee si! Come ci sono anche ottimi elementi che possano mettere in pratica tali idee.
Poi però, purtroppo, c’è l’uso di procedure “sporche” da parte di qualche candidato, chiamiamolo il “doping” elettorale! A quello risponderà la coscienza di ciascun elettore! Alla fine dei giochi, però, non continuiamo a lamentarci!

L’allenatore deve saper fare anche questo

Ho letto con una certa attenzione i seguenti due articoli:

22_2015-03-20_Juve-Toro_La rilevanza di un errore banale_Alberto Cei

21_2015-03-20_Giampiero Ventura commenta molto amareggiato la sconfitta del suo Toro

In particolare mi sono soffermato su questa frase del dott.Alberto Cei:

Ogni partita è fatta di momenti come questi, i calciatori devono imparare a riconoscerli e a comportarsi in modo da non danneggiare la propria squadra oppure a servirsene per cambiare il risultato.

E su questo commento dell’allenatore del Torino Calcio, sig.Giampiero Ventura:

Ma, appunto, è esperienza che si deve fare sul campo, non si può solo spiegare“.

Mi domando! Ma non è l’allenatore che, sotto tutti i punti di vista e usando tutti i mezzi disponibili, deve preparare e allenare gli atleti a saper riconoscere questo tipo di eventi e a saperli gestire? Sono estremamente convinto che la maggior parte degli allenatori non dedichino abbastanza tempo ad aspetti di tal genere; il tempo è tiranno; la tattica, la tecnica e la preparazione atletica hanno la priorità su tutto!

Saper vincere e saper perdere: due facce della stessa medaglia

Pubblicato il giorno 6 febbraio 2015 su “https://pellegrinoeillupo.wordpress.com/”

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince? Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.) ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, su questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto“Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi. E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco, https://www.youtube.com/watch?v=vk5Jg-mAeVY), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via.
Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra.
In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari.
E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?

By Admin

Perchè tifo Zeman

Zdnek Zeman - 1È notizia di qualche giorno fa, l’esonero di Zdenek Zeman da allenatore di una delle squadre del massimo campionato italiano di calcio; la dirigenza del “Cagliari Calcio” gli ha dato il benservito. Non è la prima volta che accade; è già successo con la Roma, con il Galatasaray in Turchia e via dicendo. Può essere che Zeman abbia commesso errori di carattere tecnico-tattico nella conduzione della squadra sarda ma non è questo il punto. Forse il vero errore di Zeman, come in altre circostanze, è quello di aver accettato di guidare la formazione in questione senza essere sicuro se ci fossero le reali condizioni per realizzare il suo progetto, per portare avanti il suo credo calcistico, il suo modo d’interpretare il gioco del calcio, la sua maniera di vivere lo sport in generale. Non bastano, a inizio stagione sportiva, le assicurazioni verbali del presidente di turno; ci dovrebbe essere qualcos’altro, qualcosa di più sostanzioso, di più credibile, di più allineato al modo di pensare del boemo. Ma questo solo Zeman lo può sapere, solo lui può essere sicuro che, nell’ambiente in cui si appresta a lavorare, ci siano le condizioni ideali per svolgere il suo compito in maniera soddisfacente. Per esempio una di queste condizioni potrebbe essere la smisurata e infinita fiducia che deve riporre la società nel suo modo di lavorare; un’altra potrebbe essere la ricerca di giocatori che diano garanzie non tanto dal punto di vista tecnico-tattico quanto dal punto di vista caratteriale e comportamentale; per capirci, non si può iniziare un lavoro se c’è la benché minima probabilità che qualcuno ti remi contro (i cosiddetti “senatori” sono ovunque!). Poi, altro punto focale: chi è che fa parte dello “staff” di Zeman? Ho la sensazione che abbia delle difficoltà nella comunicazione verbale e non; per comunicare ci sono tanti modi; il problema è che bisogna essere sicuri di venir compresi, soprattutto dai giocatori; la comunicazione deve essere utile ed efficace. A questo punto mi chiedo se ci sia uno psicologo sportivo nello “staff” in questione; se c’è, perché non viene posto il problema della mancanza di comunicazione tra Zeman e i suoi ragazzi? Non credo che esista un problema tecnico-tattico nel modo d’interpretare il gioco del calcio da parte di Zeman; credo che ci sia un modo particolare di comunicare con il mondo esterno da parte di questo allenatore, modo che presenta diverse lacune e che può essere colmato solo da un’incrollabile fede nei suoi confronti (cosa alquanto difficile da realizzarsi sempre e ovunque).
Detto questo io sto comunque con Zeman; sto con lui quando assisto a delle improbabili partite del calcio italiano dove la noia e il “non gioco” la fanno da padrone, dove i gesti tecnici basilari non fanno parte del bagaglio sportivo di qualsiasi giocatore, dove pseudo allenatori mancano di coraggio, esasperano la tattica in modo continuo e pensano solo al risultato e ai punti in classifica, dove finti giornalisti coprono incessantemente questo spettacolo indecoroso, dove non c’è spazio per i giovani calciatori italiani perché non c’è la pazienza di aspettare e perché vale il concetto del “tutto e subito”.
Si, io tifo Zeman!

by Admin


 

Gli uomini delle istituzioni

Sono qui a commentare due frasi pronunciate da uomini delle istituzioni sportive: Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), e Felice Belloli, nuovo presidente della Lega Nazionale Dilettanti (LND) cioè una delle leghe della Federazione italiana Giuoco Calcio (FIGC). Le potete leggere nelle interviste riportate qui sotto.

2014-12-18_Carolina Kostner e Giovanni Malagò – Il Fatto

2014-12-18_Felice Belloli – Lorenzo Vendemiale

Un uomo delle istituzioni non dovrebbe commentare pubblicamente le norme, le regole, i regolamenti e le leggi (giusti o sbagliati che siano) ma dovrebbe solo dichiarare di accettare i risultati dell’applicazione degli stessi. Altrimenti infonde nei cittadini (in questo caso negli sportivi) un senso d’incertezza e d’ingiustizia che potrebbe condizionare l’opera degli addetti ai lavori e l’umore generale di chi crede e di chi vive nelle istituzioni stesse. Non c’è un obbligo di commentare qualsiasi evento; si potrebbe scegliere la soluzione del silenzio anche nel caso in cui si assistesse a un’evidente ingiustizia legata all’applicazione di una legge sbagliata, salvo poi lavorare in maniera tale da poter cambiare quest’ultima, migliorandola. L’intervento del presidente del CONI riguardo al caso Kostner-Schwazer, è quindi inopportuno e fuori luogo.

In merito, invece, all’intervista al neo eletto presidente della LND,  Felice Belloli, rimango sbalordito di fronte alla dichiarazione inerente la crescente violenza nei confronti dei direttori di gara.

Il Fatto:<< Parlando di arbitri, gli episodi di violenza si moltiplicano. Cosa si può fare?>>
Belloli:<< Onestamente? Poco: abbiamo centinaia di partite ogni domenica, dove spesso non ci sono neppure le forze dell’ordine. È un problema della società italiana, non del mondo del calcio o della LND. Noi possiamo solo lavorare sulla prevenzione, sensibilizzando giovani e tesserati. Sperando che basti.>>

Ma cos’è questo? Un palleggio di responsabilità? La LND non fa parte della società italiana? La società italiana non funziona in tal senso e quindi la LND si adegua nel merito e nei contenuti? Che ognuno faccia la sua parte assumendosene le responsabilità! E la parte deve essere fatta bene! A cominciare dalla prevenzione, dall’insegnamento e dall’educazione, ovviamente, ma anche prevedendo delle sanzioni severe con applicazione certa nei confronti di chi sbaglia (comprese le società della LND).

Siamo invasi da gente impreparata

Ma siamo proprio sicuri che quando una società raggiunge i risultati prefissati all’inizio di una stagione sportiva (per es. una delle sue squadre vince un campionato), significa necessariamente che le persone che hanno lavorato al raggiungimento dello scopo, siano quelle giuste? Cosa vuol dire essere la persona giusta al posto giusto? Come mai la maggior parte delle volte non si apre il cosiddetto “ciclo” cioè raggiungere l’obiettivo nel corso di diversi anni? E’ proprio questo che dovrebbe sancire la qualità di uno “staff”, l’ottenimento per diverse annate sportive dei propositi programmati. Facciamo qualche esempio concreto di chi ha aperto un “ciclo”:

• la squadra di calcio dell’Ajax allenata prima da Marihus Michels, detto “Rinus la Sfinge”, e poi da Stefan Kovacs; è anche stata la squadra di Johann Cruijff (1964-1973, 6 scudetti, 4 Coppe d’Olanda, 3 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa d’Europa, 1 Coppa Intercontinentale);

• la nazionale italiana di pallavolo allenata da Julio Velasco (1989-1996, 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella “World League”, oltre ad altri trofei minori);

• la nazionale italiana di pallanuoto allenata da Ratko Rudić (1991-2000, “Grande Slam” della pallanuoto, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1992, ai Mondiali del 1994, agli Europei del 1993 e del 1995 e nella Coppa del Mondo del 1993, due medaglie d’argento nella Coppa del Mondo, 1995 e 1999, un bronzo alle Olimpiadi del 1996 e agli Europei del 1999);

• la squadra di pallacanestro della “Olimpia Milano” allenata da Dan Peterson (1978-1987, 4 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa Korać e una Coppa dei Campioni).

E’ innegabile che quando si raggiungono risultati così eclatanti, le persone che hanno fatto parte di questi “staff” societari (atleti, dirigenti, allenatori, ecc.) sono state figure con un profilo professionale di elevata qualità (almeno la maggior parte di esse).
Quando penso a queste persone, mi domando come non possa venire in mente a personaggi di scarsa qualità che gravitano nel mondo dello sport, di farsi umilmente da parte e consentire a quelli più preparati di svolgere tranquillamente il proprio lavoro. Non c’è il minimo dubbio, il più piccolo scrupolo di rappresentare un ostacolo verso l’ottenimento del successo; anzi, al contrario, queste figure dannose per il bene comunitario, si prodigano in maniera incosciente nel fare danni talvolta irreparabili o nel mantenere uno stato perpetuo di situazione bloccata su logiche improduttive.
In ogni campo, anche in quello sportivo, siamo invasi da gente impreparata che non sa di esserlo. E i risultati continuano a non vedersi.

by Admin

Il confronto

A tutti i livelli, in ogni organizzazione, in qualsiasi comunità o gruppo di lavoro, è necessario il continuo confronto con le persone che sono accanto a te. Non è importante il livello di cultura o di preparazione tecnica del tuo interlocutore, la cosa interessante, che ti farà crescere anche dal punto di vista “professionale”, è quella di ascoltare, misurare, valutare e metabolizzare le osservazioni, i consigli, i suggerimenti, i commenti dei tuoi collaboratori, dei tuoi compagni di lavoro, dei tuoi sottoposti, dei tuoi superiori. Lo sport non è immune da questa regola. Proprio nelle attività sportive che ho seguito nel corso degli anni, mi sono accorto che c’è sempre stata un’altissima percentuale di probabilità che questa regola fosse disattesa nei modi e nei tempi con cui evolvono gli eventi. Si prenda come esempio la categoria degli allenatori. Per molti anni, ho avuto modo di collaborare con allenatori di diverse discipline sportive (pallamano, calcio a 11, calcio a 5, basket, nuoto) e ho constatato che buona parte di essi hanno in comune la difficoltà evidente a confrontarsi in maniera costante e continua. Le ragioni sono molteplici e di diversa natura: chi pensa che non ne abbia bisogno perché crede di essere a un livello qualitativo superiore alla media; chi ha difficoltà a comunicare sia per motivi caratteriali sia perché il livello culturale non consente una sufficiente abilità dialettica; chi non vuole avere problemi, non vuole mettersi in discussione, non vuole pensare troppo, non vuole faticare a concentrarsi; chi pecca di presunzione; chi non ha tempo da dedicare a questioni che ritiene ininfluenti e inutili; chi ha paura di mettere a nudo i propri limiti e le proprie mancanze; chi non vuole divulgare il proprio sapere e le proprie conoscenze; chi ama fare “gossip” e annulla completamente gli effetti del confronto; chi è portato in maniera naturale a fare il minimo indispensabile per mantenere il posto di lavoro; chi è condizionato dai pregiudizi e dalle esperienze negative; e via dicendo.
Talvolta il confronto verbale è reso complicato dal solo manifestarsi del confronto visivo (messaggi non verbali).
Con queste prospettive le situazioni si complicano enormemente, le persone non comunicano in maniera efficace, gli eventi evolvono in maniera negativa e l’organizzazione generale del gruppo sportivo ne risente in maniera fatale nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi prefissati (se mai ce ne fossero).
Ribadisco il concetto che il confronto ci deve sempre essere a tutti i livelli, anche tra allenatore e giocatore, tra allenatore e arbitro, tra giocatore e arbitro (qui si toccano tasti estremamente delicati).
Alcuni (pochissimi direi) trovano il confronto estremamente naturale e lo affrontano in maniera disinvolta, talvolta fastidiosa per gli interlocutori; altri, invece, fanno una fatica enorme, compiono uno sforzo così grande che si dileguano appena possono oppure vivono male la relativa situazione e soffrono manifestando fisicamente un disagio psicologico.
Ora vi rivolgo delle semplici domande: allo scopo di raggiungere i risultati prefissati, si possono forzare le persone a dedicare del tempo al confronto? All’interno di un’organizzazione, si può pretendere un confronto programmato a tutti i livelli?

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Le occasioni per rimanere in silenzio

Dopo la partita del campionato di calcio di serie “A”, Juventus-Roma, giocata il 5 ottobre 2014, allo “Juventus Stadium”, ci sono state numerose polemiche nate da più parti. Non mi soffermo sulle solite discussioni che talvolta raggiungono livelli sconvolgenti di banalità, non parlo delle incredibili cadute di stile di alcuni addetti ai lavori (calciatori, dirigenti, giornalisti, ecc.), non mi sorprendo di fronte a delle reazioni sconclusionate e senza senso fatte da professionisti del settore ma degne delle peggiori bettole di quartieri malfamati; mi incuriosisco invece di fronte a delle iniziative di un cosiddetto “motivatore” che si presta, tramite un “social network” a fornire suggerimenti nei confronti dell’allenatore e di un giocatore della squadra che ha perso l’incontro. Andiamo per ordine. Un “motivatore” non è altro che uno psicologo dello sport che è chiamato da una società sportiva a svolgere un compito ben preciso; questa figura ricopre un ruolo fondamentale nell’ambito dell’attività sportiva e ha precisi obblighi deontologici da rispettare; non sto qui a dilungarmi nella spiegazione di quali siano le funzioni di uno psicologo dello sport; ai profani, suggerisco di dare un’occhiata su “internet” per avere delucidazioni in merito. Il personaggio in questione ha dispensato spiegazioni e suggerimenti su come si accetta una sconfitta e sul perchè certi atleti sono abituati a perdere sempre negli eventi sportivi importanti. Ciò che mi sorprende di questo signore, è l’incredibile opportunità che ha perso e cioè quella di stare zitto e di non diffondere il verbo dell’anticultura sportiva. Il libero pensiero è sempre cosa gradita ma ci sono i modi e. soprattutto, i tempi giusti per esprimerlo. A un professionista serio e preparato, che svolge il lavoro dello psicologo sportivo, la prima cosa che si deve chiedere è di rimanere sempre lucido e distaccato dagli eventi che caratterizzano l’ambiente che lo circonda. A un tifoso non si può mai chiedere di togliersi la sciarpa dal collo; al contrario, da uno psicologo dello sport si può pretendere che non se la metta mai addosso.