Archivio mensile:marzo 2014

Esiste la gratitudine anche nello sport?

Il tema della gratitudine, sotto varie varie forme e aspetti, appartiene anche ai momenti della vita di un’associazione sportiva; in maniera generale, questo tema è trattato nell’articolo apparso il giorno 30 marzo 2014, sul giornale “Il Fatto Quotidiano”; l’autore dell’articolo è “Mammamondo”.

2014-03-30_Come si insegna la gratitudine_Mammamondo

L’invito a reagire

Siamo in una piscina dove si svolge un corso di “Scuola Nuoto” per bambini. In prossimità della vasca, ci sono molti genitori ad assistere alle lezioni. Uno di questi, un papà, richiama l’attenzione del figlio e lo invita ad avvicinarsi; l’invito è molto energico ed è ripetuto più volte ad alta voce; il bambino si trova a circa venti metri dal padre ma la voce di quest’ultimo è così alta che rimbomba in tutta la piscina e il bimbo non può fare a meno di non sentirla. Dopo qualche titubanza, il bambino si avvicina al padre che, in maniera molto risoluta, sempre ad alta voce, dopo aver puntato il proprio indice in direzione del naso del piccolo, gli dice:<< La prossima volta che quel bambino che ti siede accanto, ti mette le mani addosso, tu devi reagire; dagli uno schiaffo! Non devi subire, hai capito. Mi hai capito? Non voglio più vedere che non reagisci; difenditi e non subire!>>. La sensazione è che questo signore abbia voluto far sentire bene l’invito anche a tutti gli altri presenti. Il bambino impaurito annuisce abbassando più volte la testa e poi torna a fare lezione con l’insegnante di nuoto.

Ho assistito personalmente a questo episodio e sono rimasto colpito da alcuni punti:

  • il modo risoluto di comunicare del padre;
  • la chiarezza del messaggio espresso;
  • il contenuto del concetto comunicato;
  • il modo di educare il bimbo;
  • e, infine, la paura del bambino nei confronti del padre.

Poi mi sono chiesto: ma il bambino ha capito? Anche se avesse capito, è d’accordo con quello che dice il padre? È di suo gradimento, il modo con cui il papà esprime il concetto?

Vorrei girare queste domande al papà e vorrei avere da lui delle risposte convincenti.

Il finto infortunio

Nel suo “blog” (www.albertocei.com), Alberto Cei fa riferimento a un episodio accaduto durante una partita di tennis del torneo “Australian Open”. La notizia mette in rilievo un aspetto delle competizioni sportive, aspetto spesso trascurato o quanto meno sottovalutato, e cioè quello di utilizzare metodi “poco ortodossi” che poco hanno a che vedere con la cultura sportiva.

2014-03-22_Il finto infortunio della Azarenka_Alberto Cei

La solita storia – Parti 2 e 3

La storia non finisce qui! Si arricchisce di nuovi colpi di scena! Dov’è la verità? David Marceddu prova a fare il punto della situazione tramite due articoli pubblicati, sul giornale “Il Fatto Quotidiano”, il 16 e il 17 marzo 2014.

2014-03-18_Tornate a casa marocchini di m… – 2_David Marceddu

2014-03-18_Tornate a casa marocchini di m… – 3_David Marceddu

I Mastini di Dallas

<<E’ importante che le nuove generazioni comprendano che I “Mastini di Dallas” non è solo un libro sul “football”, era e resta una profezia che indica la direzione che avrebbe preso l’America, fatta radiografando il fegato, i reni e la colonna vertebrale dei vecchi giocatori della Nfl.>> Riguardo a questo libro, l’opinione di Lorenzo Mazzoni è espressa in un articolo pubblicato sul giornale “Il Fatto Quotidiano”, la domenica del 12 Gennaio 2014.

2013-03-08_I Mastini di Dallas_Lorenzo Mazzoni

 Football Americano - 1

Gli “slogan” nello sport – 2a Parte

Mentre mi aggiravo all’interno di un centro sportivo, in attesa della fine degli allenamenti di nuoto di mia figlia, mi sono trovato di fronte ad una delle bacheche dell’associazione sportiva; al suo interno era stato affisso il seguente volantino.

Nuotatori, basta con le scuse

Le frasi indicate su questo foglio, non lasciano dubbi, sono molto chiare, forse pure troppo; sono frasi che si sentono spesso in ambito sportivo, non solo nel nuoto; molti atleti le pronunciano nelle situazioni più diverse (dopo una gara, durante una allenamento, tra gli amici, con i genitori, ecc.). Quello che mi lascia perplesso sono i contenuti delle motivazioni per cui queste frasi non debbano essere pronunciate o meglio sono le modalità di esposizione di tali contenuti. Fermo restando il fatto che, la maggior parte delle volte, parlare (a un atleta) non sia sufficiente, come si può far comprendere a uno sportivo che queste frasi sono un alibi che consente più agevolmente di non raggiungere gli obiettivi prefissati? Parlare non è sufficiente, ripetere continuamente lo stesso concetto non basta, essere ridondanti nell’esporre un pensiero non funziona sempre; bisogna confrontarsi con alcune caratteristiche personali dell’atleta: i pregiudizi, i preconcetti, il modo di proporsi e di pensare, la chimica e la fisica della mente, il carattere, la personalità, l’ambiente in cui vive o è cresciuto, i caratteri ereditari, le persone che frequenta (per es. i genitori), ecc. Bisogna considerare tutte queste cose e, forse tante altre, per sperare di trovare la chiave giusta che consenta di aprire la mente dell’atleta e entrare nel suo mondo. Compito arduo, come fare?