Archivio mensile:settembre 2014

Gli atleti migliori sono orfani

Si parla spesso del ruolo che hanno i genitori nell’ambito della vita sportiva dei propri figli; i giudizi che ne escono non sono mai lusinghieri. Andiamo a elencare le definizioni più frequenti riguardo ai genitori, determinazioni riportate anche in un articolo apparso sul giornale “Il Fatto Quotidiano”, il giorno 23 agosto 2014, a firma di Chiara Daina:

  • persone che s’improvvisano allenatori o, quanto meno, esperti di tattica e tecnica;
  • improbabili motivatori che elargiscono ai figli ricompense in denaro per ogni risultato sportivo ottenuto;
  • personaggi imbizzarriti se il figlio non diventa un campione;
  • tifosi esasperati anche davanti a un banale allenamento;
  • esagitati che sfogano sulle piccole creature sogni infranti, ambizioni smodate e tanta frustrazione per quello che non sono mai diventati;
  • invadenti fino a essere dannosi;
  • polemici nei confronti dell’allenatore, dei dirigenti, della società sportiva in genere;
  • e via dicendo.

Mi domando se esistano altri tipi di genitori. Genitori che, 

  • oltre a macinare chilometri per accompagnare i figli da scuola/casa al centro sportivo e viceversa,
  • oltre a spendere un mucchio di soldi per far svolgere attività sportiva ai propri eredi,
  • oltre a rimanere in disparte, silenziosi e apparentemente distaccati, durante gli allenamenti e le gare, per non influenzare in nessun modo le prestazioni psico/fisiche dell’atleta,
  • oltre a incoraggiare i figli nei momenti critici e difficili della loro vita sportiva,
  • oltre a non esaltare smodatamente le loro vittorie e non deprimersi affatto per una serie di sconfitte rimanendo osservatori equilibrati e moderati,
  • oltre a mettere a disposizione, felici e contenti, buona parte del loro tempo e delle loro risorse fisiche e mentali,
  • oltre a essere sempre fieri e orgogliosi dei loro figli a prescindere dall’esito dei risultati sportivi,

possano umilmente, moderatamente e semplicemente chiedere ai loro figli, senza passare per esagerati, di affrontare l’attività sportiva scelta con impegno, serietà e dedizione. Anche questo è chiedere troppo?

by Admin, 26 settembre 2014


I “bidoni” esteri nel calcio

Speriamo che gli amanti del calcio straniero, gli “esterofili” di professione, si ricredano sulle prestazioni di alcuni atleti provenienti da fuori dei confini italiani. Continuiamo a spendere fiumi di denaro per far giocare queste persone ma i risultati negativi sono sotto gli occhi di tutti. Si spera in un cambio di orientamento generale!

2014-09-21_Calcio serie A_Bidoni nell’esterofilia_Malcom Pagani

Rule breaker

Per consigliare l’acquisto di un modello di scarpa di una nota marca sportiva, Mario Balotelli, giocatore italiano della squadra inglese del Liverpool, ha acconsentito che il suo nome fosse abbinato a una precisa definizione che compare appunto nel relativo manifesto pubblicitario, sotto il suo volto: “Rule Breaker” (cioè colui che infrange la regola). I giovanissimi atleti che praticano la disciplina sportiva del calcio, troveranno affascinante il messaggio che viene inviato da questa forma di pubblicità? Finalmente capiranno che uno dei modi per diventare famosi, è fare un “break” tra le regole dello sport!

Balotelli e la Nazionale

In merito alla mancata convocazione di Mario Balotelli nella squadra nazionale di calcio, riporto alcune considerazioni di uno psicologo sportivo, Alberto Cei, considerazioni che trovano tutta la mia approvazione e che sono applicabili a una squadra di qualsiasi sport, non solo al calcio.

“Le capacità mentali delle squadre di calcio

Inizia oggi il campionato di calcio. L’esclusione del Napoli dalla Champions League ha messo subito in evidenza l’importanza delle capacità psicologiche nel determinare la supremazia sul campo nonché il risultato finale. Fra le principali caratteristiche da osservare in partita, per sapere se una squadra è positivamente orientata in gara, vi sono:

  • intelligenza tattica, fare la cosa giusta nel momento giusto;
  • combattività, non permettere agli avversari di trovarsi a loro agio quando giocano con noi;
  • tenacia, impegnarsi al massimo e soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà della partita;
  • responsabilità, accettare il ruolo e le consegne fornite dall’allenatore;
  • senso di appartenenza, sentirsi parte attiva della squadra, collaborare e sostenere i compagni in ogni momento.

Vedremo durante il campionato quali squadre mostreranno maggiormente queste capacità psicologiche.”

Che Balotelli non rispetti nessuno dei punti elencati sopra e che giochi solo per sè stesso, sono fatti acclarati; resta da stabilire se Antonio Conte, il selezionatore tecnico, lo abbia escluso per qualcuno di questi motivi; cosa ci riserverà il futuro?

Nostra autem conversatio in caelis est unde etiam salvatorem expectamus Mario Balotelli

Come si stabilisce un’abitudine

Qualsiasi comportamento che può essere ridotto a una “routine”, è un comportamento in meno sul quale dobbiamo spendere tempo ed energie. Le abitudini quindi liberano tempo ed energie per altre questioni. Come Charles Duhigg descrive nel suo libro ” La dittatura dell’abitudine”, “questo istinto senza fatica è un enorme vantaggio … [ per ] un cervello efficiente; ci permette di smettere di pensare costantemente sui comportamenti di base, come camminare e scegliere cosa mangiamo, in modo che possiamo dedicare energie mentali per inventare …”. Duhigg si sposta poi nella zona di come si formano e come il nostro cervello cade nelle abitudini; si tratta di un semplice ciclo di tre parti : stimolo scatenante, “routine” e ricompensa.
Secondo l’autore, in primo luogo c’è un “trigger” che dice al cervello di andare in modalità automatica e quale abitudine utilizzare. Poi interviene la “routine”, che può essere fisica, mentale o emozionale. Infine, vi è una ricompensa, che aiuta il cervello a stabilire se vale la pena ricordarla in futuro. Se la risposta è affermativa, il cervello ricorda il ciclo ed è predisposto a utilizzare la stessa “routine” quando la stesso stimolo scatenante si ripresenterà di nuovo in futuro.
Più numerose sono le volte in cui la mente usa l’abitudine con esito positivo più profondamente si radicherà il comportamento, al punto da diventare sempre più automatico. Alla fine, lo stimolo iniziale finisce per essere così legato alla ricompensa che lo stesso stimolo attiverà il desiderio per il premio: ” lo stimolo e la ricompensa s’intrecciano fino a che un forte senso di attesa e desiderio emerge”. Le abitudini potrebbero così essere causate da un forte desiderio di emozioni positive e di realizzazione.

di Alberto Cei, pubblicato il 19 agosto 2014 su “www.albertocei.com”