Archivio mensile:novembre 2014

“Ultras” secondo me

Il mondo “Ultras” secondo l’opinione di una persona che lo ha vissuto per tanti anni e continua a viverlo tutt’oggi. BUSH1988 è stato uno dei fondatori di un prestigioso gruppo “Ultras” della “Curva Sud” dello Stadio Partenio-Lombardi della città di Avellino. Parliamo di calcio ovviamente. Ringraziamo pubblicamente BUSH1988 per la preziosa collaborazione all’arricchimento dei contenuti di questo “blog”.

2014-11-30_Ultras secondo me_BUSH1988

 

 

Ancora Prandelli

Le notizie che arrivano dalla Turchia non sono buone ma noi vogliamo ricordare l’ex Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio per altri motivi; riportiamo un articolo di qualche mese fa, un articolo che sinceramente mi lascia molto perplesso. A voi l’ardua sentenza!

2014-11-29_L’etica di Prandelli – Marcello di Dio

Siamo invasi da gente impreparata

Ma siamo proprio sicuri che quando una società raggiunge i risultati prefissati all’inizio di una stagione sportiva (per es. una delle sue squadre vince un campionato), significa necessariamente che le persone che hanno lavorato al raggiungimento dello scopo, siano quelle giuste? Cosa vuol dire essere la persona giusta al posto giusto? Come mai la maggior parte delle volte non si apre il cosiddetto “ciclo” cioè raggiungere l’obiettivo nel corso di diversi anni? E’ proprio questo che dovrebbe sancire la qualità di uno “staff”, l’ottenimento per diverse annate sportive dei propositi programmati. Facciamo qualche esempio concreto di chi ha aperto un “ciclo”:

• la squadra di calcio dell’Ajax allenata prima da Marihus Michels, detto “Rinus la Sfinge”, e poi da Stefan Kovacs; è anche stata la squadra di Johann Cruijff (1964-1973, 6 scudetti, 4 Coppe d’Olanda, 3 Coppe dei Campioni, 1 Supercoppa d’Europa, 1 Coppa Intercontinentale);

• la nazionale italiana di pallavolo allenata da Julio Velasco (1989-1996, 3 ori europei, 2 mondiali e 5 vittorie nella “World League”, oltre ad altri trofei minori);

• la nazionale italiana di pallanuoto allenata da Ratko Rudić (1991-2000, “Grande Slam” della pallanuoto, medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1992, ai Mondiali del 1994, agli Europei del 1993 e del 1995 e nella Coppa del Mondo del 1993, due medaglie d’argento nella Coppa del Mondo, 1995 e 1999, un bronzo alle Olimpiadi del 1996 e agli Europei del 1999);

• la squadra di pallacanestro della “Olimpia Milano” allenata da Dan Peterson (1978-1987, 4 scudetti, 2 Coppe Italia, una Coppa Korać e una Coppa dei Campioni).

E’ innegabile che quando si raggiungono risultati così eclatanti, le persone che hanno fatto parte di questi “staff” societari (atleti, dirigenti, allenatori, ecc.) sono state figure con un profilo professionale di elevata qualità (almeno la maggior parte di esse).
Quando penso a queste persone, mi domando come non possa venire in mente a personaggi di scarsa qualità che gravitano nel mondo dello sport, di farsi umilmente da parte e consentire a quelli più preparati di svolgere tranquillamente il proprio lavoro. Non c’è il minimo dubbio, il più piccolo scrupolo di rappresentare un ostacolo verso l’ottenimento del successo; anzi, al contrario, queste figure dannose per il bene comunitario, si prodigano in maniera incosciente nel fare danni talvolta irreparabili o nel mantenere uno stato perpetuo di situazione bloccata su logiche improduttive.
In ogni campo, anche in quello sportivo, siamo invasi da gente impreparata che non sa di esserlo. E i risultati continuano a non vedersi.

by Admin

Il confronto

A tutti i livelli, in ogni organizzazione, in qualsiasi comunità o gruppo di lavoro, è necessario il continuo confronto con le persone che sono accanto a te. Non è importante il livello di cultura o di preparazione tecnica del tuo interlocutore, la cosa interessante, che ti farà crescere anche dal punto di vista “professionale”, è quella di ascoltare, misurare, valutare e metabolizzare le osservazioni, i consigli, i suggerimenti, i commenti dei tuoi collaboratori, dei tuoi compagni di lavoro, dei tuoi sottoposti, dei tuoi superiori. Lo sport non è immune da questa regola. Proprio nelle attività sportive che ho seguito nel corso degli anni, mi sono accorto che c’è sempre stata un’altissima percentuale di probabilità che questa regola fosse disattesa nei modi e nei tempi con cui evolvono gli eventi. Si prenda come esempio la categoria degli allenatori. Per molti anni, ho avuto modo di collaborare con allenatori di diverse discipline sportive (pallamano, calcio a 11, calcio a 5, basket, nuoto) e ho constatato che buona parte di essi hanno in comune la difficoltà evidente a confrontarsi in maniera costante e continua. Le ragioni sono molteplici e di diversa natura: chi pensa che non ne abbia bisogno perché crede di essere a un livello qualitativo superiore alla media; chi ha difficoltà a comunicare sia per motivi caratteriali sia perché il livello culturale non consente una sufficiente abilità dialettica; chi non vuole avere problemi, non vuole mettersi in discussione, non vuole pensare troppo, non vuole faticare a concentrarsi; chi pecca di presunzione; chi non ha tempo da dedicare a questioni che ritiene ininfluenti e inutili; chi ha paura di mettere a nudo i propri limiti e le proprie mancanze; chi non vuole divulgare il proprio sapere e le proprie conoscenze; chi ama fare “gossip” e annulla completamente gli effetti del confronto; chi è portato in maniera naturale a fare il minimo indispensabile per mantenere il posto di lavoro; chi è condizionato dai pregiudizi e dalle esperienze negative; e via dicendo.
Talvolta il confronto verbale è reso complicato dal solo manifestarsi del confronto visivo (messaggi non verbali).
Con queste prospettive le situazioni si complicano enormemente, le persone non comunicano in maniera efficace, gli eventi evolvono in maniera negativa e l’organizzazione generale del gruppo sportivo ne risente in maniera fatale nell’ottica del raggiungimento degli obiettivi prefissati (se mai ce ne fossero).
Ribadisco il concetto che il confronto ci deve sempre essere a tutti i livelli, anche tra allenatore e giocatore, tra allenatore e arbitro, tra giocatore e arbitro (qui si toccano tasti estremamente delicati).
Alcuni (pochissimi direi) trovano il confronto estremamente naturale e lo affrontano in maniera disinvolta, talvolta fastidiosa per gli interlocutori; altri, invece, fanno una fatica enorme, compiono uno sforzo così grande che si dileguano appena possono oppure vivono male la relativa situazione e soffrono manifestando fisicamente un disagio psicologico.
Ora vi rivolgo delle semplici domande: allo scopo di raggiungere i risultati prefissati, si possono forzare le persone a dedicare del tempo al confronto? All’interno di un’organizzazione, si può pretendere un confronto programmato a tutti i livelli?

by Admin

L’organizzazione delle Scuole Calcio

Ormai troppo spesso si parla di procuratori per minori di 10 anni, di provini nelle scuole calcio e della ricerca della squadra perfetta … ma non stiamo parlando di serie A. Parlo invece del calcio dei bambini dove frequentemente troviamo la suddivisone in squadra A e squadra B. Cosa vuol dire?
La risposta purtroppo universalmente riconosciuta è : i più bravi e i meno bravi.
L’aggettivo bravo è già di per sé generico e superficiale e se rivolto a bambini dai 6 ai 10 anni che muovono i loro primi passi nel mondo del calcio diventa privo di significato.
Ho compreso nel tempo che l’aggettivo bravo per gli allenatori include: il bambino “al momento” più competente a livello motorio, più veloce, senza problemi comportamentali, facile da gestire e che possiede già alcuni atteggiamenti del calcio professionistico (cadere sui falli, esultare tirando su la maglietta e così via). Sono queste le caratteristiche che determinano la suddivisione delle squadre? E cosa rimane fuori da questo ragionamento? Rimane fuori la considerazione dell’apprendimento tra pari, rimani fuori qualsiasi concetto legato all’inclusione, rimane fuori qualsiasi pensiero legato allo sviluppo e al cambiamento, manca qualsiasi prospettiva futura a vantaggio del “tutto e subito”. Quel “tutto e subito” è la vittoria.
Ricerche europee dimostrano che quasi il 70% dei bambini che inizia uno sport all’inizio dell’età scolare (5-6 anni), lo abbandona entro i 12-13 anni di età. Indagini realizzate per capire l’origine dell’abbandono riferiscono che i bambini che lasciano hanno la convinzione “di non essere abbastanza bravi”.
Ancora una volta il mondo adulto infrange le barriere del mondo dei bambini appropriandosi del loro linguaggio e convincendo il piccolo calciatore che è lui a non essere bravo. In questo caso l’errore dell’allenatore è di far ricadere le sue personali aspettative infrante e le sue difficoltà di gestione sui piccoli calciatori, privandoli della possibilità di vivere fino in fondo la loro occasione.
L’utilizzo dell’aggettivo “bravo” sottolinea in maniera indiscussa la mancanza di competenza di chi usa questo linguaggio scegliendo la strada più semplice come allenatore e il minor vantaggio per il bambino.
Purtroppo nel calcio giovanile manca una prospettiva a lungo termine e non si accetta la difficoltà di oggi per il beneficio di domani. Viene spesso ignorato il significato dell’apprendimento tra pari ed anche il vantaggio, per i bambini, dei gruppi eterogenei a favore invece della costruzione di gruppi omogenei per competenze. La scelta dell’omogeneità nasconde una scelta egoistica e priva i bambini dell’arricchimento derivante dalle reciproche differenze.

(di Daniela Sepio)

Ciò che i bambini sanno fare insieme oggi, domani sapranno farlo da soli” (Vygotskij)

Il problema della serie “A”

Le partite del nostro campionato dimostrano troppo spesso che concetti quali:
• andare oltre i propri limiti e mantenere elevati standard,
• eccellere per se stessi,
• rivaleggiare per superare gli altri,
non fanno parte della cultura attuale delle squadre se non con rare eccezioni.
La questione è come mai a calciatori professionisti e affermati non venga insegnato a entrare in campo con la determinazione e la concentrazione richieste dalla partita da affrontare. Gli allenatori pensano che la loro squadra giocherà in un certo modo e poi questo non avviene. Forse rispetto ai grandi allenatori italiani del passato quelli attuali sono diventati così presuntuosi da convincersi che basta la loro presenza a infondere coraggio? Forse perché guadagnano troppo e sono troppo garantiti dal punto di vista economico, quindi, in base a ciò ritengono di non essere criticabili e per questa ragione non mettono accanto a sé persone che potrebbero rappresentare la coscienza critica che gli manca.
Al contrario, le esperienze di “leadership” a alto livello nel mondo del “business” insegnano proprio questo, che accanto ai grandi “leader” vi è sempre un’altra persona esperta con cui si confrontano apertamente e che verifica che le loro idee siano attuate. Forse questi nostri condottieri dovrebbero imparare a servirsi di collaboratori in grado di sapere se i loro calciatori sono disposti a giocare fino in fondo o sono pronti a mollare un centimetro alla volta fino alla fine. Perché è proprio questa la differenza tra vincere e lasciarsi dominare.

Pubblicato il 2 novembre 2014 da Alberto Cei su “www.albertocei.com”