Archivio mensile:dicembre 2014

Saperci fare con i bambini in campo e fuori

Riconosco spesso negli istruttori la volontà di entrare nel mondo dei bambini attraverso atteggiamenti affettuosi e simpatici. Pur apprezzando affetto e simpatia, devo inevitabilmente ricordare che per condurre i bambini nel loro percorso, sia esso di vita o sportivo, serve competenza accompagnata da seri e pazienti sforzi per capire il loro mondo e guidarli nell’apprendimento. Il mio lavoro, in qualità di psicologa dello sport, consiste anche nel facilitare agli allenatori l’entrata nell’universo dei bambini, trasformando le mie competenze psicologiche in consigli utili, pratici e facilmente fruibili. Per farlo, questa volta, ho deciso di prendere in prestito un decalogo che la famosa pedagogista e psichiatra Susan Isaacs suggerisce alle mamme e lo allargo non solo ai papà, ma anche agli allenatori dei giovani ai quali, troppo spesso, sfuggono piccoli dettagli di relazione che se ignorati possono trasformarsi in grandi ostacoli.

1.   Non dire semplicemente “non devi fare qualcosa” se puoi aggiungere “ma fai quest’altro”.
2.   Non chiamarli “capricci” quando si tratta soltanto di cose che disturbano.
3.   Non interrompere qualsiasi cosa faccia il bambino senza dargli un preavviso.
4.   Non “portare” a passeggio il bambino, ma vai a passeggio “con “ lui.
5.   Non esitare a fare delle eccezioni alle regole.
6.   Non prendere in giro il bambino e non fare dei sarcasmi: ridi “con lui” e non “di lui”.
7.   Non fare mostra del bambino agli altri e non farne un giocattolo.
8.   Non credere che il bambino capisca ciò che gli dici solo per il fatto che tu lo capisci.
9.   Mantieni le tue promesse e non farle quando sai di non poterle mantenere.
10. Non mentire e non sfuggire alle domande.

di Daniela Sepio

Perchè tifo Zeman

Zdnek Zeman - 1È notizia di qualche giorno fa, l’esonero di Zdenek Zeman da allenatore di una delle squadre del massimo campionato italiano di calcio; la dirigenza del “Cagliari Calcio” gli ha dato il benservito. Non è la prima volta che accade; è già successo con la Roma, con il Galatasaray in Turchia e via dicendo. Può essere che Zeman abbia commesso errori di carattere tecnico-tattico nella conduzione della squadra sarda ma non è questo il punto. Forse il vero errore di Zeman, come in altre circostanze, è quello di aver accettato di guidare la formazione in questione senza essere sicuro se ci fossero le reali condizioni per realizzare il suo progetto, per portare avanti il suo credo calcistico, il suo modo d’interpretare il gioco del calcio, la sua maniera di vivere lo sport in generale. Non bastano, a inizio stagione sportiva, le assicurazioni verbali del presidente di turno; ci dovrebbe essere qualcos’altro, qualcosa di più sostanzioso, di più credibile, di più allineato al modo di pensare del boemo. Ma questo solo Zeman lo può sapere, solo lui può essere sicuro che, nell’ambiente in cui si appresta a lavorare, ci siano le condizioni ideali per svolgere il suo compito in maniera soddisfacente. Per esempio una di queste condizioni potrebbe essere la smisurata e infinita fiducia che deve riporre la società nel suo modo di lavorare; un’altra potrebbe essere la ricerca di giocatori che diano garanzie non tanto dal punto di vista tecnico-tattico quanto dal punto di vista caratteriale e comportamentale; per capirci, non si può iniziare un lavoro se c’è la benché minima probabilità che qualcuno ti remi contro (i cosiddetti “senatori” sono ovunque!). Poi, altro punto focale: chi è che fa parte dello “staff” di Zeman? Ho la sensazione che abbia delle difficoltà nella comunicazione verbale e non; per comunicare ci sono tanti modi; il problema è che bisogna essere sicuri di venir compresi, soprattutto dai giocatori; la comunicazione deve essere utile ed efficace. A questo punto mi chiedo se ci sia uno psicologo sportivo nello “staff” in questione; se c’è, perché non viene posto il problema della mancanza di comunicazione tra Zeman e i suoi ragazzi? Non credo che esista un problema tecnico-tattico nel modo d’interpretare il gioco del calcio da parte di Zeman; credo che ci sia un modo particolare di comunicare con il mondo esterno da parte di questo allenatore, modo che presenta diverse lacune e che può essere colmato solo da un’incrollabile fede nei suoi confronti (cosa alquanto difficile da realizzarsi sempre e ovunque).
Detto questo io sto comunque con Zeman; sto con lui quando assisto a delle improbabili partite del calcio italiano dove la noia e il “non gioco” la fanno da padrone, dove i gesti tecnici basilari non fanno parte del bagaglio sportivo di qualsiasi giocatore, dove pseudo allenatori mancano di coraggio, esasperano la tattica in modo continuo e pensano solo al risultato e ai punti in classifica, dove finti giornalisti coprono incessantemente questo spettacolo indecoroso, dove non c’è spazio per i giovani calciatori italiani perché non c’è la pazienza di aspettare e perché vale il concetto del “tutto e subito”.
Si, io tifo Zeman!

by Admin


 

Cambiare e sbagliare per migliorare

Miglioramento - 1

Siamo pronti a accettare pienamente questa sequenza di pensieri che sono alla base del miglioramento?

  • Nella vita nulla è costante tranne il cambiamento.
  • L’allenamento è una tipica situazione di cambiamento per migliorare abilità e prestazioni.
  • Il processo di cambiamento comporta l’aumento degli errori che si commettono.
  • Quindi gli errori sono parte integrante e imprescindibile del miglioramento.
  • Infatti non si può migliorare se non si sbaglia.
  • Atleti e allenatori devono accettare gli errori come unica occasione per ottenere in futuro prestazioni ottimali.
  • Gli atleti devono sapere che senza errori non ci può essere miglioramento.

Pubblicato il giorno 17 dicembre 2014 su “www.albertocei.com “

Criticare: è facile distruggere, è difficile costruire

Guardarsi allo specchio - 1

La scorsa settimana ho incontrato le varie facce del calcio giovanile: gli allenatori, i dirigenti e i genitori.
Ciò che si nota è spesso il desiderio di ognuna di queste categorie di liberarsi dalle proprie responsabilità, preferendo mettere in cattiva luce gli altri ruoli, evitando la riflessione su se stessi e sulle proprie possibilità di cambiamento.
Genitori , allenatori e dirigenti si colpevolizzano l’un l’altro in una partita senza vincitori. Mi colpisce che i discorsi si trasformano in critiche distruttive più spesso intraprese per nascondere le proprie responsabilità, piuttosto che per suggerire sani cambiamenti.
La critica costruttiva è un abilità complessa che comprende empatia, capacità comunicative, propensione all’ascolto, gestione delle proprie emozioni e motivazione al cambiamento. E’ un abilità di comunicazione necessaria in campo sportivo ed educativo e evidenzia la capacità di esprimere i propri pensieri e idee, di identificare le proprie sensazioni, di definire e rispettare i limiti propri e quelli altrui, di comunicare e ascoltare in modo aperto, diretto e onesto.
Il ruolo degli educatori che ruotano intorno ai piccoli atleti implica la capacità di valutare e intervenire sugli errori commessi da altri ma anche, e direi soprattutto, di saper evidenziare ed correggere i propri errori.
La critica costruttiva, adeguatamente utilizzata, serve per migliorare le prestazioni, le relazioni e, più in generale, il senso di efficacia dei vari attori in campo per l’educazione dei bambini.
Fare critica costruttiva è fare una lettura della realtà partendo dalle proprie conoscenze, ascoltando attentamente persone e fatti, accettando il contradditorio, cercando di raggiungere un giudizio che sia orientato al bene del bambino e non alla ricerca della propria verità. Una delle ragioni più profonde di conflittualità è il non saper fare o accettare critiche. È importante imparare che i nostri valori e le nostre opinioni personali non sono in pericolo quando sono contestate ma anzi spesso si rafforzano.
Come possiamo riconoscere una critica distruttiva da una costruttiva?

La critica distruttiva:

  • è rivolta alla persona, che viene etichettata negativamente,
  • è imprecisa;
  • mira a colpevolizzare la persona;
  • tende a chiudere il dialogo.

La critica costruttiva:

  • è rivolta alla prestazione o ai comportamenti della persona;
  • viene data all’interlocutore la possibilità di capire quali sono i comportamenti che non sono sbagliati;
  • è specifica e fornisce suggerimenti;
  • vuole migliorare la prestazione e i comportamenti;
  • mantiene aperto il dialogo e trasmette fiducia.

Bisognerebbe fare un lungo esame di coscienza prima di pensare a criticare gli altri” (Molière).

 di Daniela Sepio, pubblicato il giorno 23 dicembre 2014 su “www.albertocei.com”

 

Cosa vuoi da te? Quattro domande per capirlo

Pubblicato il giorno 11 novembre 2014 su “www.albertocei.com”

Cosa vuoi da te - 1

Quattro domande sono importanti per chi vuole ottenere il meglio da se stesso.

1. Cosa ho fatto sinora per ottenere il meglio da me?
2. Cosa sono disposto a fare per migliorare di più?
3. Cosa voglio fare da domani?
4. Quali frustrazioni sono disposto ad accettare?

Queste domande sono importanti per tutti. Se sei un allenatore sono utili per conoscerti meglio e per guidarti nella tua professione. Se sei un atleta sono utili per prendere la tua vita nelle tue mani e decidere se vuoi avere successo e quanto vuoi sfidarti per ottenerlo. Se sei un professionista (psicologo, medico, fisioterapista, dirigente) sono utili per sapere cosa rappresenta per te lo sport: un hobby o una parte essenziale della tua realizzazione come persona e quanto sei disposto a vivere una condizione alla ricerca del continuo miglioramento.

Le competenze dell’allenatore nel settore giovanile

Allenatore e giovani calciatori - 1

Il tecnico della scuola calcio e in generale di ogni disciplina sportiva giovanile è chiamato sul campo a svolgere diverse funzioni e ad assolvere compiti diversificati. Risulta evidente, quindi, che debba possedere conoscenze e competenze professionali non solo legate agli aspetti tecnico-tattici della disciplina sportiva ma trasversali alle diverse funzioni che si trova a svolgere.
Le competenze necessarie si possono suddividere in 4 categorie:

1. competenze tecniche;
2. competenze didattiche specifiche;
3. competenze psicologiche;
4. competenze gestionali organizzative.

Molto spesso gli allenatori pensano che sia sufficiente saper giocare e, nel peggiore dei casi, saper parlare di calcio per poterlo insegnare ai bambini e ai giovani. Tale convinzione si accompagna spesso ad un atteggiamento per cui ogni mancato progresso del piccolo atleta viene attribuito all’atleta stesso. L’atteggiamento caratterizzato dal porre sempre all’esterno le problematiche relative alle difficoltà di apprendimento e alla mancanza di motivazione, pone in evidenza l’impellente bisogno per i tecnici di migliorare le loro competenze didattiche, relazionali e psicologiche.
Il modo migliore per comprendere le caratteristiche utili al tecnico nello svolgimento delle sue attività, è lasciare la parola proprio agli allenatori stessi. In uno studio realizzato da John Salmela nel 1996, allenatori di alto livello hanno riportato una lista di competenze considerate necessarie nello svolgimento della loro attività.
Riporto di seguito le attività e i compiti indicati, relativamente a coloro che operano nell’avviamento dell’attività sportiva e nei settori giovanili:
•  saper sviluppare un pensiero critico che aiuti a rinnovare le proprie modalità di relazione e di insegnamento, soprattutto quando le caratteristiche degli allievi cambiano notevolmente;
•  saper allenare costantemente se stessi nell’insegnare meglio;
•  saper valutare ed adattare il proprio approccio e le strategie didattiche utilizzate.
• creare un ambiente e un’atmosfera davvero capaci di invogliare i processi di apprendimento;
•  saper sviluppare e potenziare il proprio stile personale di insegnamento, del quale però è necessario essere del tutto consapevoli;
•  saper aiutare gli allievi a porsi degli obiettivi a breve e medio termine e a valutare in modo corretto le loro potenzialità;
•  integrarsi il più possibile nel mondo psicologico dei propri allievi, offrendo loro supporto e genuino sostegno.

di Daniela Sepio, pubblicato il 2dicembre 2014 su “www.albertocei.com”.

 

Gli uomini delle istituzioni

Sono qui a commentare due frasi pronunciate da uomini delle istituzioni sportive: Giovanni Malagò, presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI), e Felice Belloli, nuovo presidente della Lega Nazionale Dilettanti (LND) cioè una delle leghe della Federazione italiana Giuoco Calcio (FIGC). Le potete leggere nelle interviste riportate qui sotto.

2014-12-18_Carolina Kostner e Giovanni Malagò – Il Fatto

2014-12-18_Felice Belloli – Lorenzo Vendemiale

Un uomo delle istituzioni non dovrebbe commentare pubblicamente le norme, le regole, i regolamenti e le leggi (giusti o sbagliati che siano) ma dovrebbe solo dichiarare di accettare i risultati dell’applicazione degli stessi. Altrimenti infonde nei cittadini (in questo caso negli sportivi) un senso d’incertezza e d’ingiustizia che potrebbe condizionare l’opera degli addetti ai lavori e l’umore generale di chi crede e di chi vive nelle istituzioni stesse. Non c’è un obbligo di commentare qualsiasi evento; si potrebbe scegliere la soluzione del silenzio anche nel caso in cui si assistesse a un’evidente ingiustizia legata all’applicazione di una legge sbagliata, salvo poi lavorare in maniera tale da poter cambiare quest’ultima, migliorandola. L’intervento del presidente del CONI riguardo al caso Kostner-Schwazer, è quindi inopportuno e fuori luogo.

In merito, invece, all’intervista al neo eletto presidente della LND,  Felice Belloli, rimango sbalordito di fronte alla dichiarazione inerente la crescente violenza nei confronti dei direttori di gara.

Il Fatto:<< Parlando di arbitri, gli episodi di violenza si moltiplicano. Cosa si può fare?>>
Belloli:<< Onestamente? Poco: abbiamo centinaia di partite ogni domenica, dove spesso non ci sono neppure le forze dell’ordine. È un problema della società italiana, non del mondo del calcio o della LND. Noi possiamo solo lavorare sulla prevenzione, sensibilizzando giovani e tesserati. Sperando che basti.>>

Ma cos’è questo? Un palleggio di responsabilità? La LND non fa parte della società italiana? La società italiana non funziona in tal senso e quindi la LND si adegua nel merito e nei contenuti? Che ognuno faccia la sua parte assumendosene le responsabilità! E la parte deve essere fatta bene! A cominciare dalla prevenzione, dall’insegnamento e dall’educazione, ovviamente, ma anche prevedendo delle sanzioni severe con applicazione certa nei confronti di chi sbaglia (comprese le società della LND).

Ma tu ti diverti?

Sport e divertimento - 1Provate a chiedere a un triatleta, a uno “skyrunner”, a un ciclista se durante la gara si divertono. È difficile pensare di poter applicare il concetto comune di divertimento alle prestazioni di alto livello agonistico.
Eppure in psicologia sportiva il divertimento sportivo appartiene alla sfera delle motivazioni intrinseche, ossia il nucleo vero e proprio della Motivazione, ed è inoltre strettamente legato alla dimensione del gioco. Viene definito come la relazione affettiva positiva verso l’esperienza positiva, in termini generalizzati di piacere e divertimento.
Ma sentite cosa dice Damiano Lenzi, campione del mondo di sci alpinismo: “Spesso sento dire a persone che hanno fatto gare che si sono divertite. Io in gara purtroppo non sono mai riuscito a divertirmi. Sono riuscito a entusiasmarmi, a esaltarmi, ma il divertimento è altro perché io faccio una fatica ladra sempre. E quello è l’aspetto brutto della gara, però è anche quello che una volta passato il traguardo ti dà soddisfazione
È molto importante tenere conto delle sfumature linguistiche quando ci si relaziona con un nostro atleta. Il concetto comune di divertimento non è generalizzabile, ma è un contenitore di molte diverse sensazioni che possono concorrere a sostenere la motivazione intrinseca.
Per questo motivo occorre lavorare su tutte quelle sensazioni positive che vengono effettivamente sperimentate in gara, isolandole dall’inevitabile fatica del gesto atletico; queste possono diventare ancoraggi utilissimi nei passaggi critici della competizione, ma non solo: costituiscono un vissuto positivo molto importante da rievocare nei periodi di recupero, a gara conclusa, e in fase di allenamento.
Diverso , invece, è il tema per lo sport giovanile, dove la dimensione del divertimento puro, legato al gioco e alla socialità, è davvero basilare. Tanto che la mancanza di divertimento è indicata come una delle principali cause dell’abbandono sportivo.

Nuovi ambiti del “Mental Coaching”

Stile di vita di un atleta - 1La componente mentale dello sport non riguarda, come di solito si crede, solo l’allenamento tecnico o tattico. Questo aspetto ne è solo una parte anche se importante. Direi che il primo aspetto del “Mental Coaching” riguarda le regole della vita quotidiana di un atleta e quindi il suo stile di vita quotidiano. Alimentazione, sonno, amici e famiglia sono aspetti significativi del successo. In molti sport, per esempio, il controllo del peso è un aspetto essenziale alla base delle prestazioni e vivere in modo consapevole e positivo questa necessità, favorisce il benessere dell’atleta. Una ricerca condotta dal Comitato Olimpico degli Stati Uniti ha evidenziato che famiglia e amici sono necessari al successo poiché forniscono sostegno economico, incoraggiamento e stabilità emotiva. Il secondo aspetto si riferisce alla componente mentale della preparazione fisica. Sentirsi in forma e pronti ad affrontare qualsiasi situazione atletica della propria prestazione, è parte essenziale della fiducia in se stessi e viceversa. Infatti, la motivazione e la capacità mentale di resistere con efficacia alla fatica fisica e all’intensità dell’allenamento, favoriscono la qualità delle sessioni di allenamento. Inoltre in molti sport si devono sviluppare delle abilità che prescindono dalle altre competenze tecniche e che sono però decisive per determinare il risultato. Penso al servizio nella pallavolo e nel tennis, ai tiri liberi nella pallacanestro, alle punizioni e rigori nel calcio, ai calci negli sport motoristici o nella vela. Queste situazioni vanno allenate mentalmente con accuratezza.

Alberto Cei

Pubblicato il giorno 4 dicembre 2014 su www.albertocei.com