Archivio mensile:febbraio 2015

La prima abilità per vincere è la pazienza

Pubblicato il giorno 24 febbraio 2015 su “www.albertocei.com”

È risaputo che la pazienza è un’abilità mentale importante che permette di tollerare gli errori e gli insuccessi. Consente, infatti, di non dimenticare cosa siamo capaci di fare e di continuare a servirsene per raggiungere i nostri obiettivi. Pertanto chi non ha la pazienza, mentre si rifiuta di accettare gli errori, non viene esentato dal commetterne altri e finisce con il provare sofferenze maggiori.
Genitori e allenatori devono fare proprio questo atteggiamento mentale perché consente loro di mantenere elevata la motivazione e la convinzione che con l’impegno e dedizione i loro figli e atleti potranno gareggiare al meglio di sé. Gli atleti, dal loro punto di vista, devono accettare come ha scritto Ludio Dalla “che la vita è lotta dura, coraggio e la voglia d’inventare”.

Saper vincere e saper perdere: due facce della stessa medaglia

Pubblicato il giorno 6 febbraio 2015 su “https://pellegrinoeillupo.wordpress.com/”

Come bisogna comportarsi quando si perde? E quando si vince? Non stiamo parlando esclusivamente del comportamento che dovrebbe assumere un generico addetto ai lavori (giocatore, dirigente, allenatore, ecc.) ma anche di come dovrebbe comportarsi un semplice tifoso o appassionato sportivo. Quali sono i limiti da non superare? E quali sono le cause che fanno in modo che questi limiti vengano superati?
Un errore che si potrebbe commettere è quello di pensare che colui che partecipa attivamente all’evento sportivo (per es. il giocatore), in caso di sconfitta, provi sentimenti e assuma comportamenti diversi da chi assiste all’evento stesso (il tifoso); non solo comportamenti e sentimenti sono gli stessi ma hanno anche la stessa natura e identica origine.
La cultura sportiva prevede il “fair play” cioè procedure “standard” di comportamento da seguire sempre, dopo una vittoria o una sconfitta, procedure scritte e non scritte ma universalmente accettate; è una sorta di “bon ton” o galateo sportivo. Questo va a braccetto con il modo in cui si dovrebbe agire durante l’evento sportivo ma, in quest’ultimo caso, molti tendono a giustificare eventuali comportamenti scorretti con il fatto che l’adrenalina è a mille ed è molto più difficile l’autocontrollo.
Per quanto riguarda i giovani atleti e i giovani tifosi, il problema dovrebbe essere affrontato in contesti diversi da quello in cui avviene la competizione agonistica vera e propria. In termini di educazione, formazione, informazione e apprendimento, molto lavoro dovrebbe essere svolto in ambito familiare, scolastico e, soprattutto, per i soli atleti, durante le sessioni di allenamento. Ma è cosa nota che la maggior parte degli allenatori tende a dare molta importanza alle questioni di carattere tecnico, tattico e atletico e a lasciare poco spazio alla preparazione mentale e culturale dei competitori (che poi saranno anche tifosi) in ambito sportivo. In tanti anni di dirigenza sportiva, non ho mai visto un allenatore dedicare il proprio tempo, in maniera adeguata e programmata, su questioni inerenti la preparazione psicologica alle diverse situazioni che si susseguono durante un evento sportivo.
Un grande aiuto in tal senso, potrebbe essere offerto dalla figura dello psicologo dello sport che, però, da molti è sempre visto con sospetto; spesso è sempre paragonato a una sorta di psichiatra che deve intervenire in ambienti frequentati da pazienti sofferenti di malattie mentali. Beata ignoranza!
Tornando alla somiglianza di comportamento e all’identità di sentimenti tra gli addetti ai lavori e il mondo del tifo o, quantomeno, dei semplici appassionati sportivi, vale sempre e ovunque il detto“Winning at all costs” cioè vincere a tutti i costi. E se non si vince? Semplice! Ci lasciamo accompagnare da sentimenti come la rabbia, la delusione, la frustrazione, l’amarezza, lo sconforto e da comportamenti come le contestazioni, le imprecazioni, le bestemmie, le offese, le critiche negative e talvolta gli atti di violenza.
Et voilà! Il gioco è fatto ma non è completo. Infatti la competizione non si esaurisce sul terreno di gioco al termine della generica gara, no! Quando si perde, l’agonismo deve continuare in qualche modo oltre misura e a tempo indeterminato, superando i limiti della decenza sportiva, appunto con i comportamenti, gli atteggiamenti e i sentimenti sopra descritti.
Tutto questo viene condito con preziosi contributi frutto della cultura dell’alibi (vedi a riguardo cosa dice Julio Velasco, https://www.youtube.com/watch?v=vk5Jg-mAeVY), della cultura del sospetto, della cultura del capro espiatorio, del vittimismo congenito, delle aspettative troppo distanti dalla realtà oggettiva delle cose, di situazioni pregresse che esulano dall’ambito sportivo e così via.
Ci vorrebbe uno psicologo dello sport anche per i tifosi!
L’avversario, poi, non esiste! Mai una volta che si riconosca prima la superiorità dell’avversario rispetto agli errori, sempre presenti e inevitabili, dei giocatori, dei dirigenti e, soprattutto, dell’allenatore della propria squadra.
In caso di sconfitta, è molto più semplice commentare in maniera catastrofica la prestazione della propria squadra che esaltare la “performance” vincente degli avversari.
E cosa dire dell’assunzione delle proprie responsabilità? Un vero e proprio “optional” da tirare fuori in poche circostanze e, comunque, in maniera mirata, senza mai perdere la faccia, senza mai sporcare la propria immagine di sportivo e tifoso.
Il problema è universale, non solo di pochi o alcuni; la questione ha dimensioni planetarie, non è vero che riguarda solo il nostro paese (parola di ex arbitro internazionale!).
Possiamo vedere la luce in fondo al tunnel? C’è un solo modo e già ho scritto a riguardo: educazione, formazione, informazione, apprendimento e tanta, tanta pazienza, condita da un ferreo spirito di sacrificio, da parte dei formatori e degli educatori.
Ma il gioco vale la candela?

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